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Stress. Correlazioni tra ambiente e salute

  • Andrea Vannozzi
  • 21 ott 2023
  • Tempo di lettura: 8 min

Aggiornamento: 13 nov 2024

Quando pensiamo alle malattie collegate all’ambiente pensiamo spesso all’inquinamento ambientale causato dall’esposizione a sostanze chimiche nocive, dato che siamo ormai abituati a leggere articoli che ci sensibilizzano sulle malattie dovute all’esposizione alle polveri sottili, ai PFAS, agli Ftalati, al Bisfenolo A, alla Formaldeide, al mercurio ecc. ecc. Raramente prendiamo in considerazione che molte alterazioni del nostro stato di salute, indotte dall’ambiente, sono collegate ad una alterazione della omeostasi che regola il complicatissimo insieme di equilibri chimici all’interno del nostro organismo. Eppure abbiamo coniato una parola per riassumere, almeno in parte, ciò che conosciamo di questo fenomeno: “Stress”, e chiamiamo “stressors” gli agenti che lo possono scatenare. Nonostante ciò, di fronte a questo termine, pensiamo sempre a “problemi” personali indotti da relazioni lavorative, familiari, sentimentali o esistenziali in genere, come traslochi, divorzi, vessazioni, problemi economici, lutti... In realtà, soprattutto le persone che vivono nelle grandi città, sono sottoposte a stressors quotidiani che ignorano, salvo quando emergono particolari problemi di salute.

Premessa storica

Provate a pensare come doveva essere la vita della maggior parte della popolazione mondiale prima del grande fenomeno storico dell’industrializzazione. La maggior parte della gente viveva in borghi rurali, in case sicuramente non paragonabili alle attuali ed in condizioni di indigenza, ma con ritmi biologici regolati dal susseguirsi di luce-sole e notte-tenebre. Pur nella povertà, si lavorava quando c’era la luce e si riposava di notte e il lavoro era vicino alla casa, o addirittura in casa nell’artigianato. Bisognava saper leggere il cielo e le condizioni atmosferiche per decidere su semina e raccolto e molte di quelle che noi oggi consideriamo superstizioni, come la semina di certi prodotti agricoli con le fasi lunari, facevano parte dell’unica “scienza” conosciuta, quella tramandata di padre in figlio, poiché l’analfabetismo era la regola (niente “centro della scrittura e della lettura” a livello cerebrale). Il modo di pensare e di agire era molto semplice e le relazioni sociali avvenivano all’interno del borgo ed erano per lo più di tipo familiare. Una parte dell’attività relativa alla memoria ed al pensiero era dedicata alla interpretazione non materiale degli eventi, mi riferisco soprattutto alla religione. Alcuni ricercatori pensano che le reti neurali dell’essere umano in questo periodo storico fossero molto diverse dalle attuali e che forse coinvolgessero maggiormente l’emisfero destro, quello dell’istinto, creatività, spiritualità, determinando un comportamento adatto alle situazioni incerte della vita e, per certi versi, fatalista (non è “resilienza” saper ricominciare da capo dopo un disastro?). Il vero problema di questa gente era la miseria, una povertà così diffusa da essere la causa principale di morte, soprattutto se paragoniamo il loro stato di nutrizione con la situazione odierna. La denutrizione, l’insufficienza di fattori vitaminici nella dieta, la fatica dell’attività lavorativa, la mancanza delle più basilari nozioni igieniche erano i veri responsabili delle malattie, per lo più infettive o carenziali. L’alta mortalità infantile e la relativa brevità della vita impedivano una reale crescita della popolazione.

Con la Rivoluzione industriale tutto cambia. Quando le prime macchine, i telai meccanizzati, diedero vita ai primi opifici, avviarono la Rivoluzione industriale, sfruttando inizialmente la forza motrice dei corsi d’acqua e poi quella della macchina a vapore. Si presentò subito un enorme problema: l’Urbanesimo, cioè lo spostamento di grandi masse provenienti dalle campagne, agricoltori e le loro famiglie, nelle città alla ricerca di una vita migliore. Per fare un esempio Manchester passò da 12000 abitanti del XVIII secolo ai 95000 del 1800 e 400.000 del 1850. Nessuna città aveva un regolamento d’igiene, un piano edilizio della crescita, e la speculazione edilizia fu lasciata all’iniziativa di imprenditori senza scrupoli. Nacquero così enormi quartieri, senza alcuna norma legislativa, nelle periferie di città industriali e minerarie (per la macchina a vapore era necessario il combustibile, il carbonfossile, e quindi anche le sedi di miniere divennero contemporaneamente città minerarie ed industriali). Poiché l’affitto non poteva in alcun modo superare il minimo compatibile con la sopravvivenza, i profitti potevano aumentare solo abbassando i costi ed il livello tecnico delle costruzioni. Così operai e minatori, già costretti ad orari e salari inumani, in ambienti chiusi e malsani, si ritrovarono a vivere in ambienti con un unico locale, dove una intera famiglia di 5 o più persone svolgeva tutte le funzioni vitali; inoltre, poiché questi quartieri erano costruiti vicino alle fabbriche ed alle miniere, le case finivano con essere investite dai fumi provenienti dalle officine ed i corsi d’acqua inquinati dalle sostanze di rifiuto. Le abitazioni erano prive di fognature, ventilazione, approvvigionamento idrico e le stradine tra i vari edifici erano spesso prive di selciato.

Questa era naturalmente la condizione dell’ultimo gradino della scala produttiva, la nobiltà e la borghesia vivevano invece in quartieri normali, piacevoli, con una particolare attenzione all’aspetto estetico. La classe dirigente non si curava minimamente della condizione degli operai e dei minatori essendo spesso proprietaria dei terreni dati in concessione, per un numero limitato di anni, ai costruttori. Solo le epidemie di colera, che scoppiarono dopo il 1830 proprio a causa delle inesistenti condizioni igieniche, e grazie alle nuove conoscenze in Biologia e Medicina (Jenner, Koch, Scuola di Medicina di Vienna), si arrivò alla consapevolezza della necessità di intervenire, almeno sulle condizioni igieniche. In Inghilterra, dopo il 1830 furono emanate diverse leggi di intervento in tal senso, ma furono necessari molti anni per comprendere che il problema sanitario, denunciato nel 1848 con il “Public Healt Act” era un problema urbanistico, che andava affrontato con nuovi strumenti urbanistici, mettendo mano alla pavimentazione delle strade, all’illuminazione, al rifornimento idrico ed alle fognature.

A distanza di 2 secoli e dopo che tutti i problemi igienici delle grandi città del mondo industriale sono stati risolti, ci troviamo a dover fronteggiare una nuova epidemia: una situazione di stress generalizzato della popolazione delle grandi città, causata ancora da problemi urbanistici e sociali. Il rumore di fondo dovuto al traffico (mentre per quello nelle fabbriche esistono regole e controlli), l’affollamento in condomini troppo grandi ed addossati fra loro, costruiti spesso con materiali non adeguati, che causano una alta litigiosità tra gli abitanti, il pendolarismo per raggiungere il posto di lavoro, che porta via tempo alla relazione sociale ed al riposo, i grossissimi problemi di viabilità che logorano la psiche ed aumentano il livello di rabbia delle persone, l’affollamento, durante la scuola ed il lavoro, in locali troppo piccoli, con standard che guardano più al profitto economico che al benessere psicofisico delle persone, sono tutti stressors ambientali urbanistici. Nelle fabbriche poi i ritmi di lavoro con i turni, la catena di montaggio, l’eccessivo tempo passato in ambienti chiusi con luce artificiale, in ambienti progettati in funzione dei macchinari usati, invece che in funzione delle persone che li usano e che devono mantenere costante la vigilanza per molte ore, minano la salute psichica delle persone predisponendole anche alle malattie fisiche. Infine, come nel 1800, ancora i siti lavorativi, come le fabbriche, specialmente quelle chimiche, e gli allevamenti, inquinano pesantemente le acque, l’aria ed il suolo con le loro scorie. Infine nell’ultimo secolo si è aggiunto il problema dell’esposizione ai campi elettromagnetici. La Medicina ha fatto enormi progressi, ma la soluzione del problema non può prescindere da un ripensamento sostanziale dell’urbanistica e della politica sociale.

Forse al Medico pratico mancano le conoscenze per saper riconoscere i segnali derivanti dallo Stress e le conseguenze che ne possono derivare.

Cosa è in pratica lo stress?

Con il termine stress intendiamo sempre una situazione negativa ma in realtà questo termine indica il modo di reagire dell’organismo in relazione a situazioni inaspettate. È dunque una risposta fisiologica a situazioni improvvise. Può essere positivo (Eustress) quando riguarda situazioni desiderate, come una grande gioia, verso le quali il soggetto si sente preparato e contento perché le ha vissute. Se riguarda invece situazioni indesiderate, verso le quali ci sentiamo insicuri, a disagio, è sgradevole, perché ci trova impreparati e genera ansia (Distress), condizione ampiamente diffusa nelle grandi città.



Finalità dello Stress

Riguardo l’evoluzione dell’uomo, lo stress è sicuramente un meccanismo fisiologico utile alla sopravvivenza, perché amplifica le nostre capacità di difesa, di fuga dal pericolo, di risoluzione di un problema, ma quando la situazione non si risolve e persiste, non è più un meccanismo fisiologico e può indurre patologie.

Il nome corretto dello Stress in Medicina è “Sindrome Generale di Adattamento” e fu studiata nel 1939 da Hans Selye.

Si tratta quindi della risposta dell’organismo, che muta la propria situazione di omeostasi, per adattarsi ad una nuova situazione e consta di una reazione immediata che riguarda il Sistema Nervoso Centrale, ed una ritardata che riguarda il sistema endocrino.

Selye identificò diverse fasi o stadi

Stadio 1 REAZIONE DI ALLARME caratterizzato a sua volta da 2 fasi.

FASE DI SHOCK. Consiste nella percezione dello stressor, ma l’organismo non lo ha ancora processato e quindi non sa ancora come reagire. È una fase di estrema debolezza perché l’organismo deve ancora elaborare una risposta. Alcuni individui possono sentirsi come paralizzati, incapaci di reagire.

FASE DI ANTISHOCK L’organismo incomincia a riorganizzarsi e mette in atto dei meccanismi di fronteggiamento dell’evento, sia fisici che mentali, come l’amplificazione dei sensi e dell’attenzione, l’aumento della F.C. e della P.A. e del tono muscolare.

Durante questa prima fase viene subito attivato il sistema nervoso autonomo simpatico che stimola la parte midollare delle ghiandole surrenali, che rilascia le catecolamine. Questi ormoni, adrenalina e noradrenalina, agiscono su cuore, sul sistema vascolare e sui muscoli rendendo possibile il “combatti o fuggi” con cui si può fronteggiare fisicamente o psicologicamente un grave problema.

Dopo qualche ora viene attivato l’asse endocrino Ipotalamo- Ipofisi- Surrene, che, partendo da una zona del cervello deputata a processare le emozioni, in collegamento ad altre zone, stimola la produzione di ormoni da parte dell’ipofisi che hanno come bersaglio la corticale delle ghiandole surrenali con rilascio di ormoni glicoattivi, che hanno varie funzioni.

Stadio 2 RESISTENZA

Dipende dal tempo di presenza dello stressor e dal grado di riserve energetiche del soggetto.

Durante questo periodo persiste la risposta ormonale ghiandolare, soprattutto delle ghiandole surrenali, ma anche la ghiandola tiroidea ha la sua funzione con un aumento di attivazione.

Stadio 3 ESAURIMENTO O RECUPERO

Esaurimento quando, perdurando l’azione dello stressor, l’organismo viene sopraffatto, perché esaurisce le energie necessarie a contrastarlo, e possono comparire sintomi, anche permanenti, somatici o psichici.

Recupero quando il corpo è riuscito ad eliminare gli effetti sull’organismo dello stressor (modifica dell’ambiente interno) o lo stressor stesso (modifica dell’ambiente esterno). Ciò permette che i vari sistemi psichici ed ormonali alterati ritornino alla normale omeostasi precedente l’evento.

Naturalmente la risoluzione spesso comporta un adattamento che non dipende solo dalle risorse dell’individuo, ma anche da fattori ambientali e sociali.

Alla base dello Stress ci sono quindi dei meccanismi chimici suscitati per lo più da specifici ormoni.

Risposta rapida: Adrenalina e Noradrenalina agiscono su: costrizione dei vasi cutanei (pallore) e viscerali addominali, dilatazione dei vasi muscolari, aumento della frequenza cardiaca, broncodilatazione, midriasi, mentre il cortisolo con la sua azione catabolizzante determina inibizione del rilascio dell’insulina, aumento dell’azione del glucagone, idrolisi proteica muscolare e dei trigliceridi per fornire aminoacidi e glicerolo per la gluconeogenesi, mentre la glicolisi è inibita, il tutto per mantenere alta la glicemia per l’utilizzo soprattutto muscolare. Inoltre il cortisolo favorisce la conversione dell’ormone tiroideo da T4 nella sua forma attiva, T3.

Risposta lenta: L’ipotalamo induce l’ipofisi alla produzione di ADH (vasopressina), che attraverso la ritenzione idrica e la regolazione del tono vascolare mantiene la volemia, e di ACTH che agisce sulla corticosurrenale con la produzione di cortisolo ed aldosterone. Il cortisolo stimola la gluconeogenesi ed inibisce l’azione dell’insulina (uno stimolo prolungato può provocare insulino resistenza, diabete in soggetti predisposti, sindrome metabolica ed obesità). L’aldosterone, attraverso l’azione su reni di riassorbimento del sodio, e con esso di acqua, contribuisce al mantenimento dell’assetto volemico ed a tutta una serie di modificazioni che riguardano l’omeostasi pressoria.

Molte patologie per le quali la gente si reca dal medico sono dovute ad una situazione di stress cronico, con precario equilibrio della omeostasi endocrina, che può cedere in occasione di eventi scatenanti, anche se i valori ormonali possono ancora risultare all’interno dell’intervallo della normalità, ma non sono gli stessi di prima dell’evento. La diagnosi è molto difficile, basata su una attenta anamnesi fisiologica, abitativa, lavorativa, esistenziale, oltre alla solita anamnesi patologica. Spesso il paziente denuncia una situazione di ansia, insonnia, nervosismo, tremori ecc., che possono avere origine da una causa scatenante più o meno recente (come la sindrome da stress post traumatico), ma molto spesso non sa spiegare come sia comparsa questa sintomatologia, perché è generata dalla somma di tante situazioni stressanti quotidiane che fanno parte di una vita “normale”.

La soluzione passa talvolta attraverso modifiche radicali del modo di vivere e lavorare, ove ciò sia possibile. Quindi lo studio di queste situazioni e il coinvolgimento nelle rivendicazioni per migliori standard di vita nelle grandi città fanno parte dell’attività del medico ambientalista, sia come singolo professionista che come aderente ad associazioni finalizzate in tal senso, in collaborazione a sociologi, urbanisti, architetti, ingegneri ecc. ecc.


 
 
 

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